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Ricordando mio padre
Giuseppe Jovine |
Nella triste e religiosa ricerca
che ogni figlio intraprende dopo la morte dei propri cari, ho
trovato tra i tanti libri e le tante carte che mio padre
gelosamente custodiva, una raccolta di poesie inedite
intitolata “Viaggio d’inverno”: ne ho curato io stesso
un’edizione postuma, pubblicata dalle Edizioni Enne.
Scrive Francesco D’Episcopo
nella prefazione: «Un Ulisse molisano e mediterraneo, sempre
pronto a ripartire per nuove avventure e nuove sfide, tentando
le colonne d’Ercole di una possibile fine. Ma si può finire
davvero? Ci si può solo addormentare, facendo finta di star
fermi, come bambini impertinenti. La parola, l’amore
continuano la vita oltre ogni possibile arresto cardiaco; la
poesia, soprattutto questa poesia tanto vicina alla morte, a
quest’ultima vuole parlare e raccontare una nenia di
confidenza e d’amicizia. Un patto poetico, affidato alla
certezza che troppo spesso si può morire da vivi e si può
invece continuare a vivere da morti».
Un giudizio, quello di
D’Episcopo, che coglie due aspetti essenziali della
personalità poetica di mio padre: la vitalità e la “molisanità”,
andando ad aggiungersi all’ampio repertorio critico – da
Bigiaretti ad Argan, da De Mauro a Petrucciani, da Citati a
Luzi – che, ancor prima della morte (avvenuta il 29 agosto
1998), aveva proiettato Giuseppe Jovine nel ristretto novero
dei poeti del secondo Novecento.
Tra
i suoi libri più importanti, vanno ricordati: le poesie in
dialetto molisano “Lu Pavone” (1970) e “Chi sa se passa u’
Patraterne” (1992); le raccolte di racconti “La Luna e la
Montagna” (1972) e “La sdrenga” (1989); l’antologia di versi
in lingua “Tra il Biferno e la Moscova” (1975); e i saggi
critici “La poesia di Albino Pierro” (1965) e “Benedetti
Molisani” (1996); oltre al prestigioso volume antologico che
l’editore Peter Lang di New York volle dedicargli nel ‘93, con
la traduzione in lingua inglese dei suoi versi a cura di Luigi
Bonaffini.
Il dialogo con la propria terra
era per mio padre conversazione con sé stesso, con la propria
storia, attorno alle domande che inquietano gli uomini, in un
groviglio di memorie personali e collettive. Nel suo poetare
egli affidava alla lingua e al dialetto la riscoperta del
reale nei suoi mille piccoli particolari in cui come per magia
veniva a racchiudersi un significato universale.
La poesia rappresentava per lui
lo stupore dinanzi alla varietà e al mistero della vita,
sempre riavvertito come una musica magica che scandisce ritmi
solenni del tempo che tornano nella memoria, e per la memoria,
a proporre il supporto per una rinascita dell’uomo, per una
riappropriazione e una presa di coscienza delle sue radici,
della sua dignità, dei suoi valori più profondi.
Nella sua poesia c’è sempre
stato un profondo interesse culturale a recuperare e
riproporre nei suoi termini più affabulanti una civiltà antica
e contadina che ha i suoi punti di forza nel marcato rapporto
tra l’uomo e la natura, tra l’uomo e i suoi sentimenti.
Così scriveva in una lettera
all’amico Mons. Vincenzo Ferrara: «Importante è per me
organizzare la vita secondo giustizia e lottare per il trionfo
del bene, del vero e del bello. Importante è vivere col gusto
di tali valori, in armonia con le cose, con la natura e
sentire la musica e meravigliarsene e godere delle albe e dei
tramonti ed amare la vita semplice secondo i ritmi di una
attività umana e non bestiale, in sostanza, con la buona
creanza e la morigeratezza che sono poi le virtù tradizionali
del Molise».
Carlo Jovine

Il poeta Giuseppe Jovine con la
nipotina Silvia
nella biblioteca del Palazzo
ducale di Castelmauro
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