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Perché la poesia in un tempo di orrori ?

 

di  Marco Guzzi

 

Verrebbe da chiedersi: ma a che cosa serve un premio di poesia in un momento storico come questo, in cui non si parla d’altro che di decapitazioni, di donne sequestrate, di bambini falciati via da attacchi aerei “ben mirati”. A cosa possono servire alcune povere parole, alcune brevi righe tronche nel frastuono assordante della comunicazione di massa che ci propina a ritmo costante orrore e varietà in egual misura e senza alcuna soluzione di continuità: il mattatoio quotidiano insieme alle Veline, la strage degli innocenti, lo scemenzaio no-stop del Grande Fratello, e i più imbarazzanti consigli per gli acquisti, intere popolazioni che muoiono di fame e di sete ogni giorno e il lusso più sfrenato, lo spreco più vergognoso, la bulimia e il colesterolo sempre troppo alto?

 

Già più di due secoli fa Hoelderlin si chiedeva: ma a che servono i poeti in un tempo di povertà, di miseria umana, di cecità morale e spirituale? E la sua risposta vale anche per noi oggi: i veri poeti devono ricordare ai loro fratelli che c’è dell’altro, al di là e nel profondo silenzioso della rissa delle lingue vibra sempre e comunque il cuore povero e felice della nostra umanità. La poesia dà voce a questo cuore radicalmente umano, lo disseppellisce ogni giorno, lo lascia gemere, balbettare. La poesia dà voce ai sussurri e alle grida della nostra anima, perché l’anima spesso così si esprime, con sussurri e grida, come ci ha insegnato Ingmar Bergman. Ed è proprio lì, a volte, proprio in quei poveri sussurri, tutta la nostra verità.

 

Le donne e gli uomini del nostro tempo hanno un bisogno pazzesco di parole nutrienti, ci ricordava Simone Weil.  La parola che nutre e orienta è necessaria a ciascuno di noi come l’aria che respiriamo, come l’acqua non inquinata, come il pane quotidiano, come l’amore di nostra madre. E questa parola scarseggia paurosamente. L’esercizio dell’ascolto poetico può aiutarci a riscoprirla, ad alimentarne le sorgenti interiori, a rieducare le persone a percepirne l’eco, il gemito nelle profondità del loro cuore, lì dove stiamo quasi inconsapevolmente ribalbettando il mondo, come cantava Paul Celan, riformulandone cioè i tratti, risognandone tutta la bellezza.

 

La parola poetica custodisce questo ricordo incoercibile di una nascita sempre attuale, sempre possibile, sempre presente e sempre futura. Il ricordo dell’allegria pura, dell’irrinunciabile, della tenerezza che dà la vita. E in tal modo, ricordando la sostanza verbale e la vittoria finale dell’amore nonostante e dentro l’orrore di ogni guerra, la poesia svolge il suo servizio all’umanità e al mondo. Se invece i poeti si concentrano su se stessi come vecchi narcisi sfioriti, se dimenticano la loro funzione di umilissimi portavoce del desiderio e delle aspirazioni più folli dell’umanità, se i poeti si recludono nell’autoreferenzialità dei loro circoletti di potere, allora è giusto che i loro libri non siano più letti da nessuno, e finiscano nei sottoscala o al macero, oppure, nel peggiore dei casi, tra i  generi di lusso, tra le cose cioè tanto ricercate e onorate, ma di cui però si può benissimo fare a meno.

 

Oppure il lampo che a tratti può illuminare la nostra giornata terrena.

E che resiste al tempo.

La poesia.

 

 

 

 

 

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