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Il Messaggero

“Canto la vita, con gioia”

Maria Luisa Spaziani parla dei suoi cinquant’anni di attività che saranno festeggiati al Teatro Argentina

Intervista di Luigi Vaccari

Ha debuttato nella letteratura a maggio del 1954 con Le acque del sabato, raccolta di poesie edita nella prestigiosa collana mondadoriana “Lo Specchio”. “Ero femmina, giovane e inedita: tre elementi che non facevano pensare bene sulla fortuna del libro”, ricorda Maria Luisa Spaziani. Da allora ha pubblicato 12 volumi di versi e 21 di critica, narrativa, teatro. Questa sera il Comune di Roma e la Mondadori celebreranno al Teatro Argentina i 50 anni di attività letteraria della scrittrice, torinese di nascita, romana d’adozione, con lo spettacolo Poesia e destino, messo in scena da Gianluca Bottoni, al quale parteciperanno Paola Pitagora, Mario Maranzana, Mimmo Locasciulli, Pino La Licata, Maurizio Bartolucci. E altri. L’appuntamento è soltanto l’inizio dei festeggiamenti: altri seguiranno, nel 2004, a L’Aquila, Padova, Treviglio, Milano, Torino, Genova, La Spezia, Napoli, Reggio Calabria, Messina, Lecce, Palermo, Paestum, Gubbio, Parma, Cagliari. E a New York, Lussemburgo, Parigi.
Il 7 dicembre Maria Luisa Spaziani compirà anche ottant’anni. Il Comune capitolino e la casa editrice di Segrate avrebbero voluto celebrare insieme le due ricorrenze. “Ho rifiutato perché la mia data di nascita è un falso in atto pubblico – sorride lei – non mi riconosco assolutamente nell’età anagrafica”. Recentemente le è accaduto un fatto stranissimo, racconta: “Sono salita su un autobus e mi sono seduta. Dopo di me è salita una signora sui cinquanta. Ho avuto una regressione al tempo della prima giovinezza, sotto il fascismo, quando bisognava dimostrare di essere forti e di cedere sempre ai più deboli. Mi sono alzata e le ho ceduto il posto. La signora mi ha guardata molto male e mi ha chiesto:
Stava scendendo, vero?. Ho risposto: Certo. E sono scesa, anche se non dovevo”.

Che cosa c’è all’origine dei suoi versi?
Una grande aderenza alla vita, filtrata attraverso una serie di meditazioni, amalgamate fra loro, sulla cultura, sulla poesia, sulla politica degli ultimi anni, sulla religione. Versi ricchi di colori, di gusto, di sensualità: di adesione a ciò che è bello e simpatico nell’esistenza, con un sottofondo che richiama Arthur Schopenhauer, una radice nera.

Quali autori, all’inizio, l’hanno nutrita?
La mia grande passione è stato Charles Baudelaire, insieme ad Arthur Rimbaud, perché io sono soprattutto di cultura francese, ho avuto per trent’anni la cattedra di francese all’Università di Messina. Poi Rainer Maria Rilke, Anna Achmatova. Naturalmente Giovanni Pascoli, Gabriele D’Annunzio, Guido Gozzano. Poi Giuseppe Ungaretti, Montale, Salvatore Quasimodo, che hanno nutrito la mia prima giovinezza.

Quanto ha influito il lungo sodalizio affettivo con Eugenio Montale?
Non lo so se abbia influito molto. Ha contato enormemente per la mia vita, per una apertura di orizzonti. È il poeta che ha guardato all’Europa, svecchiando tutto quello che in Italia rimaneva di accademia, di tradizione, chiamiamola carducciana, anche se Carducci era ben altro. Per Montale si può parlare di un certo verso libero, incardinato nella nostra tradizione, anche trecentesca per il lessico.

Hanno avuto una parte consistente altre vicende amorose?
Ho fatto molte poesie d’amore. L’ultimo libro in particolare, La traversata dell’oasi, ne riunisce 180 scritte in presa diretta, non come si faceva nei Canzonieri dove l’amore veniva ripensato, rivissuto e rigoduto. In questa raccolta distacco ce n’è poco, perché testimonia un’adesione viva all’amore che stavo vivendo.

Il critico che ha colto, per primo, nel segno?
Emilio Cecchi. Recensendo Le acque del sabato ha detto che cancello la linea di demarcazione fra cultura e natura: avevo talmente assimilato, fatto mia, la cultura, da viverla, nella poesia, come naturale.

Lo stato di salute della poesia è confortante o deprimente?
Apparentemente non attraversa un momento favorevole. Ma il giudizio è viziato da pregiudizi. Diciamo: “I libri dei poeti vendono poco”. Accade perché non tutti possono accedere alla poesia, né si può pretenderlo. Attraverso centri culturali, giornali, televisione, noi facciamo il possibile. È sempre poco: il 70 per cento della popolazione non ha filtri, griglie, possibilità di recepire la poesia sulla base di una cultura che comunque ci deve essere. Sarebbe già tanto conquistare il 30 per cento che resta.

Riesce a immaginare uno spazio poetico nel Terzo Millennio?
Ogni giorno ascoltiamo una quantità di parole senza senso. Al mattino, mentre stai sognando il principe azzurro, la radiosveglia ti dice con che cosa lavare la vasca o come contrastare le tarme; mentre stai mangiando, la televisione ti parla di dentiere. Ci sono poi i linguaggi scoraggianti della politica, del talk show, del reality show... A un certo punto, nelle persone sensibili, non può non prodursi un processo di riscoperta della parola pura: il bisogno che la parola dica quello che deve dire. Ed è lì che salta fuori la poesia. In poesia non si può mentire. Molti anni fa, a Milano, un industriale mi ha offerto un milione, tre volte quello che guadagnavo in un mese, per fargli una poesia per una bionda di cui s’era innamorato. Mi ha mandato la sua fotografia e io, felicissima, mi sono messa alla scrivania davanti a ‘sta bionda: ho prodotto uno schifo di versi. Ho provato una seconda, una terza, una quarta volta: alla fine ho dovuto rinunciare. La poesia è vitalità e verità.

La sua dove va?
Verso l’aforisma: una forma molto concentrata, non tanto sapienziale: questo l’ho già fatto e oggi non mi pare la strada maestra. Non mangi tutto il carciofo, vuoi il cuore. Ne ho scritti trecento che piacciono e qualche volta toccano la mia poesia. Alcune chiuse sono state anche studiate. Per esempio: “Per sapere qualcosa di te rileggerò i miei versi”. È un bel gioco, anche filosofico: certo esisti in te, ma in fondo tu sei una mia creatura.

Per il doppio compleanno quale augurio si fa?
Di continuare a sentire quel po’ di felicità che mi invade quando scrivo versi: sono momenti di gioia straordinaria. Li scrivo con grande facilità: questo mi fa pensare che qualcuno, angelo custode o subconscio, me li detti, quasi a mia insaputa.

 

Il Messaggero, 26 aprile 2004
 

 

 

 

 

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