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l’Unità

Cinquant’anni con la poesia

Maria Luisa Spaziani festeggia mezzo secolo di attività letteraria

Intervista di Francesca De Sanctis

Tra le montagne di libri che arredano la sua casa romana in via Cola di Rienzo spunta un quadro di Picasso del 1955. “È il mio ritratto”, ci dice Maria Luisa Spaziani, che di anni ne ha quasi ottanta. “Andai a trovare Picasso a Vallauris, ero con un giornalista. Dicevano che per far visita al grande artista bisognava prenotarsi molto tempo prima. Invece entrammo nel suo studio senza difficoltà: indossava solo uno slip. Ad un certo punto gli scivolò giù, lo acchiappò al volo e si scusò dicendo: Rubens è il più grande di tutti!”. Fu in quell’occasione che tracciò su carta i lineamenti del viso della poetessa. E così proviamo a immaginare quel volto di giovane donna che allora aveva cominciato a muovere i primi passi nella poesia, e che oggi, tra una sigaretta e l’altra, ci parla della sua vita “fortunata”. Da domani e per tutto il 2004 tante città italiane e perfino New York festeggeranno i suoi cinquant’anni di attività letteraria.

Ma cosa è successo cinquant’anni fa?
Avevo deciso di pubblicare le mie poesie – ricorda Maria Luisa Spaziani – e ignorante com’ero non conoscevo la differenza tra tipografo e editore, così mi rivolsi al famoso tipografo Tallone, che fu entusiasta dei miei versi. Ma era un tipografo... mi chiese 300 mila lire. Mio padre, un industriale piemontese, pensando che così mi sarei tolta un capriccio una volta per tutte, disse subito di sì. Poi però pensai: ma perché non provare con la Mondadori? Così preparai 25 poesie e le spedii a Milano, collana Lo Specchio, senza lettera di accompagnamento. Dopo tre mesi arrivò il contratto: tra.Saba e Ungaretti uscì la mia prima raccolta, Le Acque del Sabato. Non ho mai saputo spiegare come sia accaduto questo piccolo miracolo.

Però aveva iniziato a scrivere anni prima…
Mi piaceva scrivere poesie, ma ne avevo scritte poche. A 19 anni dirigevo la rivista Il dado, in onore a Mallarmé: vi scrivevano Sandro Penna, Vasco Pratolini e Virginia Woolf, che aveva sentito parlare di questa ragazza e mi mandò alcuni capitoli del suo romanzo Le onde con una dedica: “alla piccola direttrice”.

Fu in quegli anni che conobbe Eugenio Montale.
Sì, però Montale non sapeva che io avevo spedito le poesie alla Mondadori. Infatti, il patto tra me e la Mondadori era che Montale non lo sapesse fino al giorno della pubblicazione. Il nostro fu un lungo sodalizio, durato 14 anni. Il mio trasferimento a Roma ha un po’ allentato i nostri rapporti. Ci eravamo conosciuti a Torino durante una conferenza. Poi vinsi un premio di stenografia a Milano, mi trasferii lì, dove lui viveva, e riprendemmo a frequentarci. La nostra era l’unione di due persone che fanno le stesse cose: da parte sua c’era molto affetto, come dimostrano le sue trecento lettere. Un’amicizia amorosa, un sodalizio letterario. Tutti pensano che Montale fosse una specie di monumento burbero, per me invece è stato l’uomo più divertente che io abbia mai conosciuto. Se faceva amicizia con una persona si scatenava con i paradossi, con le maldicenze, diventava cattivello con gli altri.

Da allora ha sempre continuato a scrivere...
Scrivo tutti i giorni. La poesia è come il bambino nel ventre della madre che non si preoccupa di tutto quello che succede all’esterno. Un giorno stavo per uscire di caso quando è arrivato “l’angelo”... ho dovuto scrivere e quindi arrivare tardi all’appuntamento. Ora è in preparazione una nuova raccolta: uscirà per Lo Specchio Mondadori il prossimo anno, s’intitolerà La luna è già alta. Devo scegliere 160 poesie tra le 400 che ho scritto, che affrontano tutti i temi tranne quello dell’amore (al quale è dedicata la sua ultima raccolta, La traversata dell’oasi, ndr). Inoltre, è appena uscito per Bulzoni Teatro comico e no, che contiene diversi testi teatrali a cui sono molto affezionata.

l’Unità, 25 aprile 2004
 

 

 

 

 

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