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la Repubblica

Un invito a pranzo per Montale

Intervista a Maria Luisa Spaziani

a cura di Laura Lilli

“Era il 1954, mezzo secolo fa. Mi sono ritrovata nello Specchio di Mondadori fra Saba e Ungaretti, io, giovane, femmina e inedita. Avevo mandato – nessuno ci crede, ma è vero – il manoscritto alla casa editrice senza nemmeno una lettera di accompagnamento. E dopo pochi mesi, ecco il contratto”.
Nel suo studio un poco arruffato, Maria Luisa Spaziani, ottant’anni portati con energia, scarta un cioccolatino: “Mio padre fabbricava macchine per costruire dolci, e a casa mia, a Torino, di cioccolata ce ne è sempre stata tanta”.

La cioccolata fa bene alla poesia?
Certo fa bene all’umore. E il buon umore fa bene alla poesia, che ha sempre coinciso con la mia vita.

La poesia, dunque, non richiede sofferenza, weltschmerz...?
Vede, quando ricevetti il contratto per quel mio primo libro Le acque del sabato (ero a Parigi con una borsa di studio), ne fui così felice che la parte più interessante la scrissi dopo il contratto, appunto. Io credo di riuscire a creare unità fra la voglia di mordere la vita e un’idea – sempre indispensabile per la poesia – che può coincidere con l’idea di un’altra persona, creando un incontro.

Fra lei e i lettori?
Appunto. Tempo fa su un treno, un signore anziano mi riconobbe. Mi disse: “io so a memoria alcuni suoi versi del ‘66”. La poesia sta fra la terapia e la religione, è un modo per guardare in alto, oltre il perimetro delle cose, nel loro significato segreto. Ed è anche la ricerca di sensibilità particolari che possono essere risvegliate anche quando non si sa di averle. Per questo quello sconosciuto mi fece felice. E per questo ci tengo a spiegare che il mio impegno organizzativo per la diffusione della poesia non è né un salotto né un’accademia, ma il tentativo di comunicare questo fuoco a chi non sa di averlo.

I contratti con Mondadori si sono ripetuti fino a raggiungere tredici titoli. La granitica fedeltà a quest’editore (solo per la poesia, ma è già molto) è una delle ragioni che stanno alla base della serata in onore di Maria Luisa Spaziani dal titolo “Poesia e destino” che si terrà il 26 aprile alle 21 al Teatro Argentina con la regia di Gianluca Bottoni. Ci saranno testimonianze, contributi critici, inserti teatrali e musicali con la partecipazione di Paola Pitagora e Mario Maranzana.

Lei si è trasferita a Roma nel ‘57. Ha mai scritto poesie su Roma?
Molte, ma vorrei citarle un verso solo: “Roma che inglobi l’OM sacro agli indiani...”.
Trasferitasi a Roma nel 1957, Maria Luisa Spaziani ormai è un po’ romana, e per questo il Comune ha deciso di concorrere a festeggiarla il 26 come celebrità cittadina, insieme all’editore, al Teatro di Roma (“Ricordo il matrimonio in Campidoglio con Elémire Zolla... Dopo facemmo una festa alla casina Valadier, e c’erano proprio tutti: Moravia, Morante, Pratolini, Guttuso, Sandro Penna, i Bellonci, Fellini, Carlo Levi... l’intera Roma letteraria. Di tutti questi oggi non c’è più nessuno...”).

Si sente sola, talvolta?
Certo, lo svantaggio di chi compie tanti anni è che mano a mano gli altri amici se ne vanno. Però si possono fare belle amicizie anche coi giovani. Non occorre un passato comune. Il passato è dato dalle letture, dalla cultura.

La fortunata carriera di Maria Luisa Spaziani  si  è espansa anche al di fuori della poesia: critica, saggistica, traduzione, teatro. “Le acque del sabato” fu subito premiato (premio internazionale Byron di Londra), e fu il primo dei 31 premi (fra cui un Viareggio nell’81 per “Geometria del disordine”) che la scrittrice ha ricevuto nella sua intensa vita letteraria. Ha insegnato per trent’anni letteratura francese a Messina, “e me li sono goduti. Soprattutto per aver potuto fecondare altre fantasie, altre immaginazioni. Ancora oggi moltissimi ex allievi vengono a trovarmi”.

Lei ha appena presentato un nuovo libro di testi teatrali Teatro comico e no, uscito da Bulzoni. Il teatro – specie quello comico – va d’accordo con la poesia?
Nel mio caso, d’accordissimo. Io sono come scissa: da un lato la sacralità della poesia, dall’altro il teatro comico, appunto. In una mia pièce, La vedova Goldoni, ho anche recitato, con Francesca Benedetti, a Lisbona, nel ‘97. La vedova Goldoni sta a Parigi da sola nel suo appartamento quando la vicina, una vecchia puttana, le chiede due uova in prestito. Fanno amicizia, e la puttana, esterrefatta, riceve una autentica lezione di erotismo, basata sul fatto – che mi risulta scientificamente provato – che nelle donne può provocarsi un orgasmo anche senza sollecitazioni, sessuali o mistiche o altro. Alla vedova era capitato tre o quattro volte, e non l’aveva mai confessato a nessuno dei suoi infiniti confessori. Lo considerava “un regalo personale che mi ha fatto Dio”, e ne parla all’altra. Mi piaceva da morire quella parte. Mi tiravo su le gonne, mi grattavo le cosce... Gassman, una volta che vide lo spettacolo, mi disse: “ma tu hai un mestiere pronto”. Chiesi: “Quale? L’attrice o ...?”

Battuta pronta, dunque.
Eh, sì. Una volta, a Milano, andai a prendere Montale al Corriere. Da buon ligure, era un po’ tirato sui soldi. Mi dice: “se di tanti ammiratori che incontro, almeno qualcuno, invece di parlare tanto, mi invitasse a pranzo...”. Giù in strada, lo ferma una signora. Dopo i soliti complimenti, aggiunge: “Ho una pensione, la domenica faccio un pranzo speciale per gli ospiti. Che onore sarebbe se lei venisse...”. Lui ringrazia e io, dopo, gli dico: “un tuo desiderio è appena stato esaudito. Per gli arabi questo capita una sola volta nella vita. Vacci”. Lui ci va ma fa passare una domenica. Andarci subito gli pareva maleducato. Compra un mazzo di violette (e per lui non era poco) e si presenta. Fuori della porta vede altri signori con violette e fiori vari. Suonano. Apre una giovane in lacrime. “La mamma è appena morta...”. Io commentai: “T’avevo detto che capita solo una volta nella vita. Dovevi andarci subito”.

Come ha conosciuto Montale?
Nel ‘49, a Torino. Era venuto per una conferenza. Io sapevo a memoria Ossi di seppia ma non volevo conoscerlo, m’avevano detto che era antipatico. Finita la conferenza, mi pregano di restare. “Vogliamo presentargli delle giovani scrittrici...”. Resto. Ero l’ultima della fila. Lui nemmeno le guardava. Teneva gli occhi bassi, e continuava a ripetere meccanicamente “piacere piacere”. Arrivato a me, quasi grida: “È lei!”. “Sì, – rispondo – le parrà strano ma sono proprio io in persona”. Allora dirigevo una rivista, Il dado. Una piccola cosa, anche se ci scrivevano bei nomi. Lui disse: “Lei non mi ha mai invitato a collaborare. Sapesse come ho aspettato...”. E io: “Venga a colazione da me domani”. Accettò. Il pittore Enrico Paolucci disse: “Eugenio, domani dobbiamo andare dai Camerana...”. E lui: “Non posso perché sono invitato dalla signorina”. Io torno a casa con le ali ai piedi. Era tardi, i miei genitori erano a letto, ma la luce dalla parte di mia madre era accesa. Le dico: “Domani viene Montale a pranzo”. In quell’epoca parlavo sempre di Proust. Mia madre disse: “meno male che Proust è morto”. In seguito, in quei quattordici anni di vita quasi in comune, quando lui veniva dai miei, le ripeteva: “Signora, Proust è morto, ma io, purtroppo, sono ancora vivo...”.

la Repubblica, sabato 24 aprile 2004
 

 

 

 

 

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