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Intervista a Maria Luisa Spaziani
 

Maria Luisa Spaziani rappresenta sicuramente una delle quattro o cinque figure più importanti della letteratura femminile del XXI secolo. Scoperta e cresciuta sotto l’ala protettiva di Eugenio Montale, ha speso tutta la sua vita nella ricerca poetica, da una parte, e nel tentativo di diffondere il messaggio artistico-culturale, dall’altra. Una persona particolare, ma dal carattere schietto e aperto che ha scritto sicuramente pagine importanti della storia della poesia italiana. L’abbiamo ascoltata, prendendo spunto dal suo ultimo volume “La traversata dell’oasi” per poi sconfinare nei temi a lei più cari: Eugenio Montale, la situazione della poesia e il suo ruolo nella società contemporanea, e qua e là qualche critica al disinteresse che ancora serpeggia da noi intorno alla cultura.

Partiamo dalla sua ultima raccolta di poesie “La traversata dell’oasi”. Come mai la scelta di un tema così delicato come quello dell’amore?
In realtà è il tema che sceglie noi, non noi che scegliamo il tema. In quel momento il tema dell’amore si è violentemente imposto, in quanto vissuto. Solo che io ho scritto circa 450 poesie in tre anni sempre sul tema dell’amore e nel libro di Mondadori ne potevano entrare soltanto 180, per cui ne ho scelte una parte, mentre le altre le pubblicherò in seguito.

Qualcuno potrebbe considerare la poesia d’amore comunque superata dal punto di vista lirico. Lei cosa ne pensa?
Mi sembra assurdo, perché l’amore è l’elemento centrale di qualsiasi vita umana e anche della poesia. Non c’è poeta che in qualche modo non abbia sfiorato o toccato l’amore. È assolutamente impossibile. Ce ne può essere uno che non abbia cantato il mare per esempio, ma non sentire, non cantare l’amore in qualche forma è assolutamente impossibile. Quindi chi dicesse che la poesia d’amore è fuori luogo direbbe una bestialità.

Passando dalla parola scritta a quella vissuta e “organizzata”, come va la sua attività di promozione della poesia?
Sono più di vent’anni che opero nel campo dell’organizzazione culturale, in particolare per la diffusione della poesia di Montale, e le assicuro che sono stati anni di grosso lavoro, di grosse battaglie e di grosse gioie, anche. Io sono felice di aver potuto fare questo per uno dei più grandi amici della mia vita, che è stato Eugenio Montale. Bisognava diffondere la sua memoria e il suo insegnamento, non perché rischiasse di diventare meno visibile, ma perché ci sono sempre dei pericoli intorno ad un grande poeta. I pericoli delle nuove avanguardie, per esempio, che tendono a diminuire la portata del suo messaggio. I pericoli di certe dimenticanze di una parte del lavoro e mille altre cose di questo genere. Per cui noi amici personali di Montale, e cioè Mario Luzi, Giorgio Caproni, Giorgio Bassani, Attilio Bertolucci, ci siamo messi d’accordo vent’anni fa per fare un organismo che portasse avanti quelli che erano gli insegnamenti di Montale su due piani diversi. Da un lato l’insegnamento, lo studio, la ricerca seria filologica storica, etica e filosofica della poesia e dall’altro la divulgazione in tutte le maniere della poesia. Due cose molte diverse, ma nello stesso tempo complementari.

Ecco, parlando proprio di Eugenio Montale, cosa le ha lasciato questo grande uomo dal punto di vista personale ?
Mi ha lasciato il ricordo di undici anni bellissimi, di allegria, di confidenza, di studio, di ispirazione. È stato veramente una figura grandiosa vicino a me, ed è stato molto bello tutto quello che ho vissuto con Montale. E soprattutto il piacere di far parte del suo lavoro, perché moltissime cose le abbiamo fatte insieme e allora l’idea di aver messo una piccolissima cellula del mio talento, delle mie capacità in quello che era il lavoro, magari anche soltanto giornalistico di Montale, è per me fonte di grandissimo orgoglio.

Che consiglio darebbe a chi inizia a scrivere poesie solo ora?
Quello di studiare molto, leggere molto e soprattutto il consiglio principale che io darei è quello di non chiedere consigli. Si può chiedere ad un poeta che si presti a farlo, come si risolvono certi problemi, che cosa è oggi la poesia, se esiste ancora una metrica. Queste cose qui si possono tranquillamente chiedere ad un poeta e dirgli di dare un’occhiata ai primi versi, chiedere quali sono le storture, gli abbagli, gli errori. Questo sì, ma non esagerare troppo nell’affidarsi ad un’altra persona, perché come disse molto bene Baudelaire: “Chi è nato per comandare ha per maestro soltanto il suo genio”.

Ma, quindi, per Maria Luisa Spaziani che cos’è la poesia?
Per me è sempre stata come l’acqua che bevo. È qualche cosa che mi rende la vita più bella, che mi fa vedere tutto con dei doppi contorni. Noi quando vediamo un oggetto, un piatto, un bicchiere, un albero, siamo abituati purtroppo (e in questo l’educazione dei bambini è molto carente) a vederlo soltanto nel suo uso. E cioè quel piatto, quel bicchiere mi servono soltanto per bere, per mangiare. Invece la poesia ci abitua ad affinare lo sguardo, a renderlo più intenso, più sensibile, più affettuoso, più profondo: questa è la poesia.

Secondo lei la poesia potrà tornare a ricoprire un ruolo centrale nella società del futuro?
Aumenterà moltissimo. Per questa ragione, in quanto noi siamo intossicati di parole. Cominciamo al mattino quando accendiamo la radio a sentire la pubblicità, la politica, il talk-show, le battute inutili, le barzellette ripetute mille volte, i bollettini del tempo... non ne possiamo più di parole. Allora, che la gente lo sappia o non lo sappia, ogni tanto cerca una parola pura, una parola che voglia veramente dire quello che desidera dire; che non abbia degli orpelli supplementari, ma che sia una specie di verità, di verità anche psicologica. Non dico che sia la verità della Bibbia, ma un altro tipo di verità. La verità di chi crede in qualche cosa e cerca di rappresentarla, di comunicarla agli altri, di farla vedere.

In questo senso che ruolo sta giocando o può giocare la scuola?
Sarebbe la cosa più importante del mondo. Guardi nessuno sa quanto può cambiare un bambino. Se lei prende un bambino qualsiasi e lo porta a fargli vedere quanto è bello creare un mondo attraverso una parola, che cosa significa usare la parola in tutte le sue potenzialità. È un gesto magico, è come insegnare ai bambini a fare dei giochi di prestigio vitali. Se noi potessimo avere dei maestri, dei professori illuminati che facessero capire ai loro studenti che cosa è la poesia, sarebbe fantastico. Ho convertito centinaia di persone che non ne volevano sapere e mi dicevano: noi leggiamo romanzi gialli, la gazzetta sportiva, vediamo dei filmetti. Non avevano la minima idea che la poesia fosse tutt’altro, un modo per affinare i nostri sensi e la nostra anima. Più sensibilità, più gusto, più tutto.

In conclusione, essendo lei stessa poetessa, crede che esistano ancora degli ostacoli per la piena affermazione delle donne in campo artistico e soprattutto poetico?

Ormai sono pochi ostacoli, ma qualcuno c’è ancora. Per esempio gli editori a parità di nome preferiscono quello di un uomo. Perché è più vendibile, perché si pensa che faccia le cose più seriamente e questi sono orribili luoghi comuni che hanno rovinato la storia delle donne. Che una donna possa essere un genio, lo pensa pochissima gente, perché la cultura della donna l’ha portata ad essere sempre analfabeta, umile, remissiva, obbediente al marito, al padre. E visto che questa cosa si è protratta per secoli, se non per millenni, tutta la stirpe delle donne si è indebolita in questo senso. Adesso si sta lentamente riprendendo, in quanto l’analfabetismo è finito, in quanto le donne lavorano, quindi escono di casa, si guardano in giro, non sono più relegate tra la cucina, l’orticello e i bambini, ma vivono. Oggi non siamo ancora al livello assoluto dell’uomo, ma poco per volta lo diventeremo.
 

Ottobre 2002

 

 

 

 

 

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