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Fucine Mute Webmagazine

L’utilità e l’inutilità della memoria

Intervista a Maria Luisa Spaziani

a cura di Christian Sinicco

 

Lei è stata tre volte candidata al Nobel… Nella sua poesia gli accadimenti della vita, le immagini, i simboli conducono il lettore verso il luogo dell’anima. C’è una poesia che esprime questo costruire per versi che è “Luna d’Inverno” del 1956. Questi elementi le filtrano dentro e nel mondo dell’inconscio lei se ne impossessa come un ladro…

Sì, lei fa riferimento ad una delle mie primissime raccolte dove la luna è vista come una lampada su un desco familiare, e si riferisce a tutti i vissuti.

 

Ci legge una poesia?

Volentieri, gliene leggo una che fa parte del mio penultimo libro “I fasti dell’ortica”, edito da Mondadori, poesia a cui non avevo dato molta attenzione: poi è successo che i licei della Liguria l’abbiano scelta come messaggio da mandare ai giovani in quella stranissima trasmissione che è “Quelli che il calcio” ed è così arrivata a 35 milioni di persone. La poesia parla dell’indifferenza che è la cosa peggiore che possa capitare ad un giovane. Se una volta il rogo dei libri ci sembrava una cosa spaventosa oggi è spaventoso dire di fare pure il rogo dei libri tanto non saranno mai letti. Non li vediamo come nemici perché sono inesistenti e dunque l’indifferenza è peggio di tutto il resto. La poesia si intitola “Aspetta la tua impronta”:

 

L’indifferenza è inferno senza fiamme,
ricordalo scegliendo fra mille tinte
il tuo fatale grigio.
Se il mondo è senza senso
tua solo è la colpa:
aspetta la tua impronta
questa palla di cera.

 

Nella sua poesia si affronta anche il tema del ricordo. Qual è il ricordo che se potesse donerebbe a tutte le persone come augurio per un cambiamento?

Tutti i nostri messaggi poetici sono rivolti a questo. Nello svegliare la sensibilità e nel comunicare valori. Forse quando scrivevo questa poesia mi sono ricordata una frase di Madre Teresa di Calcutta che dice che se non porti la tua goccia all’oceano, l’oceano ne soffrirà. Perché non bisogna cedere alla tentazione di rimanere nel proprio piccolo, nel che cosa ci posso fare o non valgo niente o non sono ascoltato da nessuno, perché qualsiasi apporto che siamo in grado di dare al mondo sarà prezioso. È un piccolo seme che può andare a finire nel terreno buono.

 

In “Utilità della memoria” c’è un Robinson Crusoe che sente il ricordo della civiltà come vivo, anche se si trova su un’isola deserta. Lei si sente ancora come un Crusoe?

Proprio per niente; il fatto è che ho due poesie che portano la parola memoria. “Utilità della memoria” nel terzo libro e “Inutilità della memoria” nel sesto che è una risposta perché molti hanno preso sul serio la prima quando era ironica.

Robinson sull’isola non aveva nulla, però si ricorda che in banca a Londra ha un piccolo tesoro: così quando si è vecchi i ricordi ci sono ma non li si può più vivere totalmente. Pavese dice che quand’era giovane si commuoveva all’odore dei fieni; ora per commuoversi all’odore dei fieni bisogna pensare alla commozione che si provava quando si era ragazzi, e questo significa che il ricordo c’è – i fieni hanno un buon profumo – però non ci si commuove più, un po’ per colpa dell’olfatto che se n’è andato con gli anni, un po’ perché non si collega l’evento a immagini piacevoli: la passeggiata col ragazzo, il primo bacio.

Quindi da una parte c’è la memoria diretta volontaria, dall’altra quella indiretta, quella dell’intelligenza che scheda. Siccome nella prima poesia c’è la memoria giovane e forte hanno pensato che mi gloriassi di avere la memoria giovane e forte, ma volevo dire esattamente il contrario. La mia memoria è forte ma non ho più le emozioni di allora. La nostra vita di adulti è come un album di fotografie: non sono più ricordi in presa diretta poiché sono filtrati dall’intelligenza della memoria, non nella sensibilità e sensualità della memoria.
 

Cosa pensa di Internet?

Purtroppo ho rapporti difficili con tutte le nuove tecnologie. Penso sia una cosa ottima, che possa raggiungere tutti; c’è però il pericolo della diffusione ossia del peso specifico che viene meno. Anche nei luoghi deputati alla poesia ci sono cinquecento attrattive. Tutte le invenzioni possono essere buone o cattive, vedi la bomba atomica e dall’altro lato scoperte che ci fanno guarire dal cancro.

Internet diventa un grosso guaio quando assorbe il tempo dei giovani e cedere alla curiosità è uno dei peccati capitali non inclusi nella lista, perché se uno sfoglia un rotocalco di quart’ordine è interessante in qualche maniera: oggi la cura al cancro, domani Padre Pio, dopodomani l’articolo sul mio paese; allora uno comincia a sparpagliare il proprio tempo e la propria attenzione.

Ai tempi in cui i libri erano pochissimi uno scrittore poteva concentrarsi. Si dice che Petrarca avesse trentotto libri. Dante non ne possedeva di più e con la vita da esule che ha fatto non poteva girare con le valige, dunque aveva quelli essenziali, quelli che servivano alla costruzione della grande opera. Non si occupava di pettegolezzi mentre lo riguardava la poesia, la filosofia, tutto quello che lo nutriva. Ora in Internet sarebbe interessante vedere quante cose ci nutrono e quante invece ci fanno perdere tempo.

 

Fucine Mute Webmagazine, 2001

 

 

 

 

 

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