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Universitas Montaliana di Poesia

 

 

 

 

 

L’Associazione

 

 

 

 

 

 

 

Un romanzo da scrivere e da rivivere

 

Chi è stato, quel giorno, a citare pubblicamente la famosa frase di Renan “I profeti non sanno mai che cosa fondano”?  Io credo proprio di ricordare che sia stato lui, Giorgio Caproni, a pronunciarla durante una cerimonia in ricordo di Montale. Lui ha continuato a sostenere che la citazione fosse mia. Comunque, se la citazione non era certo frutto della nostra modestia, lo era del nostro ottimismo, era una prova del nostro slancio iniziale, quello che aveva guidato Mario Luzi, Giorgio Bassani, Attilio Bertolucci. Infatti l’intuizione iniziale era stata quella di creare un piccolo strumento di studio per la poesia del Novecento che nelle biblioteche pubbliche e private è sempre relegata al ruolo di Cenerentola. I rari studenti, allora, che avessero voluto fare tesi su poeti recenti, incontravano difficoltà, dovevano rivolgersi a piccoli editori (che sapevano ben poco sull’argomento anche se avevano pubblicato plaquette e libri), o addirittura andare artigianalmente alla ricerca di parenti degli autori defunti, e Dio sa quanta indifferenza, se non antipatia, i parenti riservino ai loro consanguinei creatori. Non so se sia stato Flaiano, o un altro, a lanciare un aforisma: “I Poeti, vivi o morti che siano, sono sempre un guaio per i loro familiari”.

Da quando ero ragazza, a Torino, avevo un’abitudine che da alcuni era considerata un po’ maniacale: quella di ritagliare dai giornali e dalle riviste ogni articolo interessante che riguardasse la critica sui poeti e la loro biografia. Procurarmi il maggior numero possibile di libri e inserire in ogni libro i riferimenti ai ritagli accumulati. E fu proprio Giorgio Caproni, molti anni dopo a Roma, a dirmi: “Ma questo è utile per tutti, perché non ne fai una consultazione pubblica?”.  Da un’idea ne nacque un’altra, piccoli gruppi di amici poeti che venivano a leggere, ma anche a discutere il più criticamente possibile, perché, da quanto avevamo visto in altre associazioni culturali, l’autolettura dei poeti finiva per limitarsi a un autocompiacimento, il più o meno ingenuo desiderio di farsi vedere o di ricevere un applauso. Leopardi: “E mira ed è mirato e in cor s’allegra”.

Correva l’anno 1978 e affittammo uno scantinato a Porta Maggiore, a Via Statilia, dove Einaudi, Mondadori e molti editori minori ci mandarono un centinaio di libri. Intanto da quello scantinato degli inizi eravamo passati sul Lungotevere, con appartamento provvisoriamente imprestato da un socio nobile e gentile. Di lì passammo a Palazzo Rivaldi, un antico convento, indimenticabile sede in vista del Colosseo, con ampia cappella dove organizzavamo conferenze e seminari... Così, a poco a poco, coinvolgemmo nelle nostre attività i maggiori poeti e studiosi contemporanei (molti dei quali nel frattempo scomparsi: Giorgio Bassani, Attilio Bertolucci, Piero Bigongiari, Cesare Brandi, Glauco Cambon, Giorgio Caproni, Danilo Dolci, Mario Luzi, Giovanni Macchia, Geno Pampaloni, Goffredo Petrassi, Giovanni Raboni, Giacinto Spagnoletti, Vanni Scheiwiller...).

Ho più volte pensato, anche sul piano semplicemente umano se non anche sociologico, come sarebbe interessante trarre un romanzo da questa preziosa esperienza. Non soltanto per parlare dei “grandi”, ma anche per registrare le emozioni, talvolta indimenticabili, con cui tanti giovani si avvicinavano alle loro prime importanti esperienze nel campo della poesia.

Ma chi ha letto Montesquieu, e non soltanto lui, e anche chi abbia semplicemente meditato sulla bellezza di una rosa che in pochi giorni sfiorisce, sa come tutto, sotto il cielo, abbia in sorte una traiettoria di ascesa, continui pericoli e una curva discendente.

Possiamo dire d’aver sperimentato fino in fondo questa curva discendente, incappando in una serie di “incidenti di percorso” che qui non varrebbe nemmeno la pena ricordare se non fosse per le manifestazioni di solidarietà – numerosissime, amicali, partecipi – che ci sono pervenute da tutto il mondo della cultura.

Ma contrarietà e vicissitudini non sono riusciti a spezzare la nostra determinazione di promuovere linteresse per la poesia. Perché nessun ostacolo può inibire la vita del pensiero quando questa è sostenuta da una forte volontà e da una comunanza d’intenti e di respiro etico: è appunto questo il messaggio che vogliamo inviare ai numerosissimi amici che sostengono il nostro impegno associativo.

Oggi si volta pagina, nasce la Universitas Montaliana di Poesia: nuova denominazione, nuove idee, nuovi strumenti di comunicazione e nuovi responsabili organizzativi. Un altro capitolo di un romanzo ancora da scrivere e già tutto da rivivere…

Nascono ovunque piccole e grandi associazioni culturali, ma la loro vita è precaria. Perché i privati e le istituzioni, politiche o meno, hanno drammaticamente ristretto gli spazi della cultura.

Particolarmente ostile a noi è stata la decimazione, addirittura, delle pagine culturali dei giornali e dei grandi mezzi di comunicazione.

Ma le associazioni muoiono per la mancanza, da parte degli ideatori, di un progetto preciso, di una cultura specifica e condivisa, per l’assenza di un’idea, un filo conduttore, una poetica, una certa visione del mondo. Questa lacuna di base porta a intendere la poesia come un’appendice letteraria, un fenomeno consolatorio o decorativo privo di senso critico, con celebrazioni o autocelebrazioni interessate, oltre le quali l’orizzonte culturale e morale è incerto o inesistente. Il risultato è un senso di inutilità che genera noia e – peccato capitale – infligge a tutti una perdita di tempo con troppi neuroni persi.

La Universitas Montaliana di Poesia si basa su due presupposti. Quello negativo potrebbe essere espresso dal famoso verso di Montale “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”.

Non vogliamo una poesia puramente emotiva o pateticamente volontaria o pericolosamente sperimentale, perché ogni vero poeta ha in sé il suo laboratorio e la sua originalità anche storica per la forza stessa del suo linguaggio.

Come presupposto positivo abbiamo la garanzia dei nomi dei poeti che ci sono accanto: Yves Bonnefoy, Fernando Bandini, Corrado Calabrò, Nicola Crocetti, Marco Forti, Marco Guzzi, Franco Loi, Silvio Ramat, Paolo Ruffilli, Andrea Zanzotto, Sergio Zavoli; i membri della Consulta del Presidente che ci sostengono in questa avventura difficile e appassionata: Rita Levi Montalcini, Carla Fracci, Isabella Bossi Fedrigotti, Paolo Lagazzi, Gioacchino Lanza Tomasi, Claudio Magris, Paolo Mauri, Beppe Menegatti, Walter Pedullà, Davide Rondoni, Carlo Sini, Roman Vlad; gli amici di sicura fiducia che si sono accollati l’organizzazione, tra i quali vogliamo in particolare citare Massimo Nardi, Carlo Jovine e Napoleone Bartùli. Tutti coloro che credevano, e credono, nell’importanza di un impegno culturale che assomma in sé l’eredità  della grande poesia del Novecento.

C’è, soprattutto, la nostra fede nella poesia, nella valorizzazione della creatività e nell’imperativo che ci siamo assunti circa la tutela e lo studio di quel prezioso Novecento non soltanto italiano che rischia di sbriciolarsi, sopraffatto dall’odierno costume superficiale e chiassoso.

In noi c’è la certezza che la presenza della poesia sia condizione indispensabile per il rovesciamento dei rapporti di forza e per la crescita anche morale e spirituale della Nazione che vogliamo essere.

Una certezza e una fede che dedichiamo al nostro amato Mario Luzi, al quale abbiamo riservato la Presidenza onoraria alla memoria, in ricordo del suo desiderio di costituire la “Universitas” quale naturale continuazione di tanti anni di lavoro. Un desiderio che ha trovato, nel frattempo, nuovi e convinti fautori con la creazione del “Gruppo Cultura Italia”, al quale aderiscono, oltre alla Universitas, importanti organismi culturali.

 

 

Maria Luisa Spaziani

 

 

                                                    

 

 

 

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